Umberto Campobasso, quell'artista "sconosciuto" che realizzò iconiche opere baresi
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giovedì 12 febbraio 2026
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di Giancarlo Liuzzi
Sappiamo ad esempio che ci fu un certo Giovanni Di Gioia, originario di Ruvo di Puglia, che lavorò ai telamoni di Dioguardi. E poi ci fu certamente Umberto Campobasso, leccese di nascita ma barese d’adozione, che nei primi decenni del secolo scorso prestò le sue mani per la realizzazione di importanti manufatti.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Grazie ai racconti dei suoi nipoti, residenti a Roma, siamo riusciti a ricostruire la vita di questo maestro scalpellino, la cui figura è rimasta pressoché ignota negli anni. Basti pensare che quando in tarda età si dedicò alla pittura, riuscendo a esporre i propri quadri, venne presentato come il “pittore sconosciuto”. (Vedi foto galleria)
Umberto nacque il 13 febbraio 1894 a Lecce, dove frequentò la Regia Scuola Artistica e Industriale, pur senza conseguire la licenza. Appena trentenne si trasferì a Bari dove iniziò a dedicarsi alla scultura. Tra gli anni ’20 e ’30 lavorò alla realizzazione dei telamoni dell’ex Palazzo della Gazzetta (oggi nell’androne del Comune), della Fontana dell’Acquedotto di piazza Roma e del maestoso fregio scultoreo della Caserma Italia, in corso Vittorio Veneto.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Per la Fiera del Levante scolpì non solo i leoni che un tempo ornavano l’imponente ingresso monumentale, ma anche l’eclettica fontana oltre a delle statue femminili intente a sversare otri d’acqua un tempo poste ai lati del padiglione dell’Acquedotto Pugliese.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
La paternità di alcuni di questi manufatti è però ancora oggi attribuita a noti autori del tempo: Brunetti, De Bellis, Marino, Sabatelli e Taddeini. Sui documenti e nei principali libri di settore appaiono infatti soltanto coloro che disegnarono le opere e non quelli degli scultori e scalpellini che le realizzarono materialmente.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«È vero, non ci sono documenti ufficiali che attestino che sia stato lui a scolpirle – afferma Patrizia, la nipote di Umberto -. Ma quando da piccola vivevo a Bari, mia madre mi portava in giro e indicava con orgoglio le sculture sparse per la città, dicendomi che fossero proprio di mio nonno».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«È verosimile che sia stato Campobasso a lavorare a quelle opere – conferma l’architetto Simone De Bartolo –. Direi anche che si ispirò al leccese Gaetano Martinez e alle figure allegoriche di Duilio Cambellotti».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Nel 1935 e 1936 Umberto però partecipò, con due statue in gesso, alle edizioni della “Mostra del sindacato fascista belle arti di Puglia” allestite nel Castello Normanno-Svevo di Bari. I suoi lavori furono esposti assieme a quelli di Michele De Giosa, Mario Prayer e Francesco Spizzico. All’epoca quindi ci fu quindi chi gli riconobbe il giusto merito per aver realizzato importanti sculture che ancora oggi arricchiscono il capoluogo pugliese.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Nel 1938 fu tra l’altro chiamato a Roma per realizzare alcune statue all’EUR: l’avvento della Seconda Guerra Mondiale gli impedì però di lavorarci. Campobasso restò comunque nella Capitale prendendo casa e bottega nel rione Ponte, a ridosso del Tevere.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Conservò però sempre un forte legame con Bari, dove tornava spesso per partecipare a esposizioni e coltivare amicizie con gli artisti del tempo tra cui i fratelli Spizzico e Umberto Colonna. Tra maggio e giugno del 1949, in occasione di una mostra nella chiesa di San Ferdinando, espose una sua suggestiva testa di Cristo in gesso.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
A questi anni risalgono inoltre un grande plastico di una località sconosciuta raffigurante edifici e un anfiteatro e numerose sculture e ceramiche che vediamo in diverse foto d’epoca. Tra queste vi sono volti, teste e nude figure femminili astratte, un “deforme” uomo forzuto intento a piegare una sbarra e infine un cane, ritratto dal fotografo barese Michele Ficarelli.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
«Alcuni dei suoi lavori richiamano lo stile maturo del veneto Arturo Martini – illustra De Bartolo -. Nel dopoguerra era infatti ancora lui il punto di riferimento per la maggior parte degli scultori italiani».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Negli anni ’50 Umberto, quasi sessantenne, abbandonò la scultura per dedicarsi interamente alla pittura, che gli diede finalmente un po’ di notorietà.
Nel dicembre del 1953 partecipò con un suo dipinto a una collettiva organizzata dall’Usaiba (Unione Sindacale Artisti Italiani Belle Arti). Questa si tenne nella Galleria Niccolò Piccinni, situata nell’omonimo teatro barese e vide la presenza di noti artisti locali tra cui Antonio Lanave, Guido Prayer, Gennaro Picinni, Marino Cives.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
E dal 5 al 15 maggio 1954 Campobasso riuscì anche ad ottenere una sua mostra personale, nella galleria Sottano di via Piccinni. A promuoverla fu il poeta Vittorio Bodini, che nel libretto dell’evento scrisse: «Più che un pittore mi sembra di presentare un racconto di Gogol».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Bodini fa riferimento proprio alla vita fatta di mancati successi di Umberto e al suo essere rimasto isolato e lontano dai tanti filoni artistici del tempo. Tanto che sui giornali del tempo l’artista fu presentato come il “pittore sconosciuto”. Così lo menziona scherzosamente anche il fotografo Ficarelli in una dedica autografa, posta sul retro di un suo fotoritratto che regalò all’artista all’inaugurazione della rassegna.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
In quell’occasione furono esposti 21 dei suoi quadri che ritraevano scorci di città, monumenti e paesaggi di campagna. «I dipinti di Campobasso sono saldamente figurativi e si iscrivono nel filone del realismo anni '50, spesso detto neorealismo – spiega De Bartolo -. Ci sono riferimenti al celebre Renato Guttuso, ma anche ai paesaggi urbani di Mario Sironi».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Seguirono altre mostre (tra cui nel 1954 la IV Mostra nazionale di pittura del maggio di Bari nel Castello Svevo) e il 10 marzo del 1962 Umberto fu anche scelto per accompagnare la first lady statunitense Jacqueline Kennedy in visita ai monumenti e le bellezze della Capitale. A memoria di quel giorno i nipoti conservano una toccante poesia scritta dall’artista a lei dedicata, oltre alla lettera di ringraziamento dell’ambasciata americana.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Umberto morì a Roma l’anno successivo, il 1 gennaio 1963, a 69 anni, lasciando ai posteri non il suo nome, ma la silenziosa pietra di iconiche opere del capoluogo pugliese.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
(Vedi galleria fotografica)
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